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La scultura funeraria nel cimitero comunale di Viareggio dalla fine dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale: istruzioni per un itinerario consapevole

Riccardo Mazzoni


     Alla luce delle ricerche storico-artistiche più recenti, ogni studio che voglia seriamente affrontare, nella sua complessità, l’affascinante argomento della storia della lavorazione artistica del marmo nel territorio apuo-versiliese tra la fine del secolo XIX e i primi decenni del secolo XX, con i suoi scultori e i suoi laboratori, non può prescindere dal fondamentale nucleo di opere statuarie e d’ornato conservate nel complesso cimiteriale di Viareggio – formato dal cimitero comunale, inaugurato nel 1876, e dall’attiguo vasto camposanto della Misericordia, aperto alle inumazioni nel 1917, meritevole per le sue peculiarità storiche di uno studio a parte – che in questo senso si configura come uno dei più interessanti complessi funerari monumentali di origine ottocentesca dell’Italia centrale, disseminato di un numero considerevole di pregevoli monumenti sepolcrali in cui da una visione classicamente allegorica e realistica, tipica della produzione ottocentesca, si giunge a un’affermazione dei modi e delle forme dello stile liberty, variamente interpretate secondo la capacità di invenzione o di rielaborazione dei modelli tradizionali da parte dei singoli artisti.

     Artefici principali del processo di monumentalizzazione – puntualmente registrato dalle cronache e dalle guide cittadine del tempo – furono Antonio Bozzano, certamente il più significativo scultore operante in Versilia a cavallo tra Ottocento e Novecento, il prolifico e talentuoso Giacomo Zilocchi, che di Bozzano era cognato avendone sposato la sorella Rachele, entrambi con studio a Pietrasanta, e gli scultori della dinastia De Ranieri, dal capostipite Angiolo, al figlio Ferruccio e al nipote Lelio, la cui attività si divise tra Querceta e Pietrasanta.

     Tra gli altri numerosi scultori e titolari di laboratori rappresentati nel cimitero comunale si segnalano, per qualità delle opere, i nomi di Ferdinando Palla, Luca Arrighini, Amedeo e Martino Barsanti, Augusto Zucchetti, Ubaldo Azzerlini, Giovanni Benvenuto, Antonio Bibolotti di Pietrasanta; Antonio Bacci di Seravezza; Arturo Tomagnini di Querceta; Achille Franceschi di Forte dei Marmi; Carlo Nicoli, Giovanni Beretta, Antonio Caniparoli, Alcimedonte Vaccà di Carrara. Sono inoltre attestati diversi scultori della raffinata scuola lucchese (Arnaldo Fazzi, Francesco Petroni, Alfredo Angeloni, Mario Carlesi, Giuseppe Baccelli), oltre ad alcuni interessanti autori locali (Ubaldo Del Guerra, Spartaco Di Ciolo, Alfredo Morescalchi, Inaco Biancalana); rimarchevole la presenza di Valmore Gemignani, autore del busto bronzeo del cognato, il poeta Giulio Arcangioli [s. 71].

     In questo saggio, che riprende e rielabora il mio Repertorio delle sculture funerarie d’interesse storico, artistico e demologico del cimitero comunale di Viareggio, apparso nel primo numero dei “Quaderni di storia e cultura viareggina” – annuario edito nel 2000 dalla sezione locale dell’Istituto Storico Lucchese, a cui si deve una meritoria opera di valorizzazione del complesso cimiteriale viareggino – passerò in rassegna gli autori sopra citati con l’indicazione delle opere più significative rimandando alla consultazione delle schede per notizie più analitiche sui singoli monumenti o cenni sulle tante altre maestranze operanti nel cimitero.

     Originario di Genova, Antonio Bozzano (1858-1939) studiò all’Accademia Ligustica di Belle Arti sotto la guida di Giovan Battista Cevasco. In occasione delle celebrazioni colombiane del 1892 ideò alcuni apparati effimeri, una fontana luminosa e un carro allegorico rappresentante Genova che reca la corona bronzea a Colombo. Dal 1893 insegnò per ben trentacinque anni alla Scuola d’Arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta contribuendo a formare intere generazioni di artisti e artigiani del marmo, molti dei quali attestati anch’essi nel nostro cimitero. Nel 1907, per la cerimonia di commemorazione di Giosuè Carducci tenuta a Pietrasanta da Giovanni Pascoli, plasmò in materiale povero una scenografica effigie del poeta. Il prestigio guadagnato grazie all’attività didattica gli procurò numerose commesse pubbliche (diversi busti di Giosuè Carducci: nella casa natale a Valdicastello, nel chiostro di S. Agostino e nel municipio di Pietrasanta, nel Liceo classico di Viareggio; a Pietrasanta il busto di padre Eugenio Barsanti, inventore del motore a scoppio, i medaglioni di Garibaldi e Vittorio Emanuele II e i monumenti a Giordano Bruno, forse il suo lavoro più noto, Cesare Battisti, Angelo e Adele Bertozzi, fondatori del locale orfanotrofio) e la richiesta costante di modelli da parte di numerosi laboratori della città (tra gli altri quelli di Ferdinando Palla, Martino Barsanti e dei fratelli Ellrich). Benché vicino all’ambiente repubblicano e massonico, fu assai attivo anche per la committenza ecclesiastica. Negli anni Venti realizzò i monumenti ai caduti di Arni, Corsanico (per la chiesa del paese nel 1917 aveva disegnato il pulpito), Cascine di Buti e Ponsacco (quest’ultimo in collaborazione con il figlio Augusto). Il cimitero di Staglieno conserva una decina di suoi monumenti sepolcrali eseguiti soprattutto in età giovanile, tra i quali spicca quello al benefattore Giovan Battista Monticelli (1888), incentrato su un’elegante figura allegorica femminile personificazione del dolore e della riconoscenza. Altre sue opere funerarie sono attestate in alcuni cimiteri della riviera ligure e, in Toscana, nei cimiteri di Pisa, Campiglia Marittima, Livorno, Vallecchia, Pietrasanta (suo è lo splendido angelo spargifiori che adorna il sepolcro della fanciulla Lida Rigacci). Ma è soprattutto il cimitero comunale di Viareggio a costituire un personale museo all’aperto dell’artista: sedici opere accertate, sparse lungo i viali all’aperto – oltre al monumento ai confratelli caduti nella prima guerra mondiale nel camposanto della Misericordia – alcune delle quali celebrate all’epoca per la loro partecipe umanità e caratterizzate da un’elegante e misurata interpretazione della plastica liberty, in parte debitrice della lezione di Leonardo Bistolfi, che costituisce la cifra espressiva più matura dell’arte di Bozzano. Quando nel 1908 colloca la sua prima opera nel cimitero comunale, il medaglione di Giovanni Cima [s. 81], l’artista ha già compiuto cinquant’anni. Il suo capolavoro è senz’altro il monumento ai fanciulli Raffaello Lencioni e Mario Paci (1910) [s. 32], morti annegati, mirabile sintesi tra linearismo liberty e neo-michelangiolismo in voga all’epoca nella modulazione imposta da Auguste Rodin, di grande impatto evocativo e respiro narrativo, a cui fanno seguito negli anni Dieci e nei primi anni Venti una lunga sequela di opere tutte ragguardevoli, tra le quali: l’umanistica statua di Cristo sulla tomba di Filomena Giordani (1911) [s. 31], molto apprezzata dalla stampa dell’epoca; il rilievo rievocante la scena della morte causata da un incidente automobilistico della bambina Bianca Palagi (1913) [s. 36], testimonianza della capacità di adattamento di Bozzano alle più svariate esigenze della committenza; il monumento all’armatore e capitano marittimo Giuseppe Martinelli (1913) [s. 35], con l’angelo-nocchiero che guida la barca nell’ultimo viaggio “verso l’infinito”; la crepuscolare composizione per il sepolcro di Vincenza Pellegrinetti (1914) [s. 27], con le due liriche figure giovanili rappresentanti il cordoglio e la preghiera; l’aulico ritratto della fanciulla Maria Virgina Bertuccelli (1917) [s. 57], nella cappellina a lei dedicata, morta nel 1899, per cui l’autore utilizzò come modello una fotografia della ragazza scattata diciotto anni prima, ancora oggi conservata accanto alla scultura; il gruppo statuario raffigurante Cristo che accoglie in cielo l’anima dello studente Egidio Pieraccini (1918) [s. 48]; le raffinate steli tardo-liberty per il chirurgo Giovanni Filippi (1919) [s. 96] e il musicista Giuseppe Cellai (1922) [s. 50]; il grande angelo spargifiori per la tomba della figlia di quest’ultimo, Argia (1922) [s. 94]; il monumento al milite Plinio Tomei (1921) [s. 103], caduto nella prima guerra mondiale, sorta di viatico per l’ultima stagione creativa dell’ormai anziano artista: quella dei monumenti ai caduti della grande guerra.

     Nativo di Piacenza, Giacomo Zilocchi (1862-1943) studiò all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova con Giovanni Scanzi e si perfezionò a Roma frequentando lo studio di Giulio Monteverde. Insegnò saltuariamente alla Scuola d’Arte “Stagi” di Pietrasanta accanto al cognato Antonio Bozzano. Suoi monumenti sepolcrali sono visibili nei cimiteri di Staglieno, Ferrara, delle Porte Sante di Firenze e, limitatamente alla Toscana nord-occidentale, di Monsummanno, Livorno, Pontedera e Pietrasanta (monumento all’industriale del marmo Dazzini, stele per il sepolcro Papini), città dove l’artista disponeva di un proprio laboratorio. La sua vasta produzione funeraria è caratterizzata da un abile eclettismo che trova nelle opere conservate nel complesso cimiteriale viareggino accenti sapidamente liberty, precocemente introdotti già nel 1905 con la croce ornata con volto di Cristo per la tomba di Ezechiele Zilocchi [s. 108] (forse un congiunto), ora su altro sepolcro, e da una serie di caratteristici monumentini con ornamenti fitomorfici oggi purtroppo quasi tutti perduti ma di cui restano gli elaborati grafici, fino ad arrivare alla bellissima stele con grande angelo per il sepolcro della giovane Maria Barsanti (1919) [s. 63], vittima dell’epidemia di influenza spagnola, e alla statua di angelo in volo recante fra le mani un giglio per il sepolcro della fanciulla Leda Codecasa (1923) [s. 111]. Oltre ai lavori attestati nel cimitero comunale si vedano le statue per le tombe di Giulio Martinelli, Rosa Bertacca e della famiglia Fausto nel camposanto della Misericordia. Altre sue opere realizzate in Versilia sono la lapide commemorativa di Vittorio Emanuele II nel Palazzo Mediceo di Seravezza, il monumento ai caduti di Stiava e il busto del generale Etna per la Lega Navale di Viareggio. A lui si deve il rifacimento dei monumenti bronzei di Niccolò III e Borso d’Este posti dinanzi al municipio di Ferrara.

     La dinastia degli scultori De Ranieri ha una storia affascinante che merita di essere raccontata. Il capostipite, Angiolo (1834- 1911), fu allievo di Vincenzo Santini alla scuola d’arte “Stagi” di Pietrasanta che frequentò dal 1852 al 1857 ottenendo vari premi ai concorsi di fine anno. Dopo il diploma si trasferì a Carrara dove si sposò e completò la propria formazione come ornatista nell’ambiente tecnico-artistico carrarese. Richiamato da Vincenzo Santini alla conduzione del laboratorio di ornato della scuola d’arte, prestò contemporaneamente la sua opera presso numerosi laboratori locali. Nel 1888 aprì a Pietrasanta una propria bottega di lavorazione artistica del marmo (trasferita nove anni dopo nella sua città natale, Querceta) avvalendosi della collaborazione dei figli Ermenegildo (1862-1919), Ferruccio (1867-1957) e Aristide (a questi artisti vanno presumibilmente riferiti i due medaglioni ottocenteschi di Fortunata Bertolucci De Ranieri [s. 113] e Carlo Francesconi [s. 114] collocati lungo l’antica area perimetrale a sud-est firmati “F.lli De Ranieri”), tutti e tre formatisi presso la scuola d’arte “Stagi” sotto la guida dei professori Tommaso Saraceni (scultura), Fausto Zaccagna (architettura) e Giovanni Topi (ornato). In particolare Ermenegildo, che aveva lavorato come modellatore per il laboratorio dei Fratelli Tomagnini (il più antico di Pietrasanta), affiancò il padre nella direzione del laboratorio di ornato, mentre Ferruccio, dopo un periodo di apprendistato come scultore presso il celebre laboratorio di Ferdinando Palla, divenne responsabile del reparto di figura; Aristide dal 1893 visse in Francia dove conseguì diverse onorificenze accademiche e inaugurò una succursale del laboratorio a Parigi in rue Perceval al numero 10 garantendo un costante aggiornamento degli stilemi che caratterizzavano la produzione artistica nella capitale francese. A cavallo tra Ottocento e Novecento il laboratorio “Angiolo De Ranieri e figli”, che aveva sede nella piazza prospiciente la stazione di Querceta, con grande vantaggio per la spedizione del materiale lapideo, era considerato uno dei più prestigiosi dell’intero comprensorio apuo-versiliese. La sua vasta produzione, in gran parte destinata all’esportazione, comprendeva modelli originali, riproduzione d’opere d’arte antiche, decorazioni architettoniche, arredi sacri, monumenti commemorativi, sculture funerarie. Tra le opere attestate in provincia di Lucca vi sono il monumento sepolcrale alla fanciulla Lelia De Ranieri [s. 76] nel nostro cimitero comunale, quelli a Vincenzo Barsotti e alla famiglia Lombardi-Sbrana nel cimitero di Lucca, entrambi incentrati sulla figura dell’angelo custode del sepolcro, databili al primo decennio del Novecento, e il busto-ritratto di padre Antonio Pucci, il “curatino”, nella chiesa di S. Giuseppe a Viareggio, eseguito nel 1911. In quello stesso anno, dopo la morte di Angiolo, i tre figli dettero vita a botteghe autonome pur continuando tra loro una fervida collaborazione. L’attività di Ermenegildo fu proseguita a Querceta dal figlio Dino e dal nipote Sirio, tuttora titolare di un apprezzato laboratorio artistico del marmo. Ferruccio associò nell’esercizio del proprio laboratorio il figlio Lelio (1890-1967), trasferendo la sede a Pietrasanta. Il laboratorio “Ferruccio De Ranieri e figlio” esordisce ufficialmente all’interno del cimitero comunale nel 1911 con la stele per il sepolcro di Giovanni Franceschi [s. 44], ostentatamente liberty, la cui sinuosa figura femminile e la stessa curvilinea conformazione della lastra discendono direttamente (oltre che da Bistolfi) dalla grafica di Alfons Mucha, qui sottoposta a una sorta di processo di funerizzazione, a cui fanno seguito, tra le opere migliori, il leggiadro angelo scrivente per il sepolcro di Vincenzo Baronti (1912) [s. 39]; la stele per il sepolcro di Emanuele Marcucci (1912) [s. 41], replicata con varianti per la tomba della famiglia Favilla nel cimitero di Pietrasanta, composta dal profilo neo-michelangiolesco di un angelo dolente inginocchiato ai piedi della croce e dalla bella ornamentazione con fasci di gigli e rose; l’impressionante figura allegorica femminile che si erge su un sarcofago adornato da crisantemi stringendo fra le mani un teschio cinto da tralci floreali, personificazione della “Pace d’oltretomba”, alta tre metri, per il sepolcro del giovane capitano marittimo Duilio Puccinelli (1913) [s. 29]; infine, nel 1916, la drammatica crocifissione collocata sul sepolcro della giovane aspirante pittrice Elena Giorgetti [s. 25], con il trepido colloquio di sguardi tra il Cristo crocifisso e la dolente ai piedi della croce, probabilmente eseguita su disegno dello scultore Giuseppe Di Ciolo. Nel loro insieme le sculture funerarie di Ferruccio e Lelio De Ranieri conservate nel cimitero comunale, alle quali vanno aggiunte quelle per i sepolcri di Elisa Galli Pezzini, Alfredo Tomei e Stella De Ranieri nel camposanto della Misericordia, costituiscono un’interessante declinazione, pregna di umori teatrali e dettagli immaginifici – come ad esempio la favolosa lampada votiva che sovrasta la stele in memoria del giovane Giulio Domenici (1913) [s. 72] – del gusto liberty-simbolista in voga nella plastica funeraria dei primi anni del secolo, e rappresentano una valida alternativa estetica alle contemporanee realizzazioni di Antonio Bozzano, più misurate e classicheggianti. Negli anni Venti i due scultori eseguirono alcuni monumenti ai caduti: in Toscana quelli di Capriglia, Mulina di Stazzema, Montaione, mentre da alcune fonti vengono loro attribuiti anche i monumenti ai caduti di Marsiglia e Lione (resta da chiarire la natura dell’intervento, se solo esecutivo o anche progettuale). Nel 1921 Lelio De Ranieri realizzò il carro ufficiale del comitato per il corso carnevalesco di quell'anno. Alla fine degli anni Venti si trasferì negli Stati Uniti, dove si specializzò come progettista di interni di chiese, prima come capo studio delle aziende Da Prato e Bernardini, quindi in proprio, ricevendo in oltre un trentennio numerose commesse per la cui realizzazione si avvalse della collaborazione dei maggiori laboratori versiliesi. Attivo prima a New York, poi a Detroit, Lelio continuò comunque anche un’intensa attività di scultore come dimostrano i busti-ritratti di personaggi celebri come Rodolfo Valentino, Umberto Nobile, Beniamino Gigli.

     Nel cimitero comunale viareggino non potevano mancare opere significative del più celebre laboratorio artistico del marmo di Pietrasanta, quello di Ferdinando Palla (1852-1944). Valore esemplare della produzione funeraria degli anni Dieci e Venti assumono la statua di dolente inginocchiata con ghirlanda per la tomba di Emma Camous Breda (1917) [s. 51], che si differenzia da modelli affini proposti da molti laboratori apuo-versiliesi dell’epoca per un più accentuato pathos drammatico, e lo scenografico monumento alle giovani sorelle Ghilarducci (1925) [s. 53], raffigurante un angelo che trasporta in cielo un’anima, il cui modello è riprodotto come esemplare di pregio in un catalogo stampato dalla ditta nel 1931. Fondatore nel 1868, appena sedicenne (se si vuol dar credito agli inserti pubblicitari apparsi su alcune riviste degli anni Venti e Trenta del Novecento), del laboratorio oggi diviso tra gli eredi, dal 1904 Palla diresse per parecchi anni la scuola d’arte “Stagi” di cui in gioventù era stato allievo ingegnoso ma indisciplinato come annotava nei registri del tempo il suo maestro Vincenzo Santini. Verso il 1910 fu affiancato nella direzione della ditta dal figlio Spartaco. Migliaia i lavori prodotti dalla bottega nel corso della sua lunghissima attività (modelli originali alcuni dei quali firmati da Antonio Bozzano, riproduzioni d’opere d’arte antiche, monumenti commemorativi, oggettistica, lavori di ornato, statue di soggetto religioso, arredi sacri) e di fondamentale importanza il ruolo svolto dal laboratorio nella formazione delle maestranze (sbozzatori, smodellatori, pannisti, ornatisti, scultori, lustratori) a cavallo tra Ottocento e Novecento.

     Lo storico laboratorio Arrighini è rappresentato da sette opere, che vanno dalla neogotica stele parietale con medaglione di Stefano Franceschi [s. 12], di fine Ottocento, all’enfatico monumento eseguito nel 1926 in memoria del giovane Antonio Tolomei [s. 107], con la concitata scena raffigurante Cristo che dal cielo si precipita a soccorrere l’anima anelante del commemorato. Segnalato giovanissimo tra i migliori allievi di Vincenzo Santini nel corso di scultura della Scuola d’Arte “Stagi” di Pietrasanta, Luca Arrighini (1845-1915) aprì nel 1870 uno dei più antichi laboratori artistici del marmo della città, ancora oggi gestito dai discendenti. Verso la fine dell’Ottocento fu affiancato nella conduzione della bottega dai figli Enrico e Giulio; in particolare Enrico (1880-1955) contribuì ad aggiornare l’eclettico repertorio stilistico ottocentesco comune ai vari laboratori dell’epoca attraverso elementi formali e tematici propri del linguaggio liberty: si vedano le decorazioni da lui eseguite intorno al 1902 per i palazzi di proprietà della famiglia Arrighini in Piazza della Stazione a Pietrasanta. E proprio la triade di angeli dolenti di gusto tardo-liberty realizzati rispettivamente per i sepolcri di Giuseppina Bonuccelli Bandoni (1916) [s. 90], Nella Pardini (1919) [s. 106] e Alfredo Bertuccelli (1922) [s. 102] – tutte opere siglate “Luca Arrighini” anche quando la conduzione della bottega era ormai passata ai figli e il fondatore risultava morto da qualche anno – costituisce il nucleo di maggior pregio dei lavori del laboratorio.

     Formatisi entrambi presso la Scuola d’Arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta, i fratelli Amedeo (1840-1922) e Martino (1860-1940) Barsanti erano titolari di laboratori del marmo attivi in quella città tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Il più antico era quello di Amedeo: un documento conservato nell’Archivio di Stato di Massa attesta infatti che alla fine del 1862 era operante a Pietrasanta un laboratorio del marmo con nove dipendenti intestato ad Amedeo Barsanti (Archivio di Stato di Massa: Manoscritto n. 72. Memorie e documenti riguardanti la Scuola di Belle Arti di Pietrasanta e lo scultore Vincenzo Santini ). Il più importante era sicuramente quello di Martino: fondato nel 1884, nei primi anni del Novecento contendeva allo studio di Ferdinando Palla il primato di maggior laboratorio della città, specializzato soprattutto in arredo sacro per una committenza che proveniva in gran parte dal centro America. Il composito monumento al giovane Enrico Franceschi [s. 11] eseguito da Amedeo è segnalato dalla Guida manuale di Viareggio e dei dintorni  di Claudio Michetti del 1893 come uno dei maggiori del cimitero, mentre quello all’ingegnere Augusto Lanciani [s. 5], firmato e datato (1891) da Martino, è interessante dal punto di vista documentario perché è il più antico fino ad oggi conosciuto tra quelli realizzati dal laboratorio.

     Entrambi i lavori sono collocati nella Galleria San Michele, dove si conservano le testimonianze artistiche più antiche del cimitero comunale, come il monumento a Carlo Triglia (circa 1888) [s. 15] realizzato dal laboratorio carrarese di Antonio Caniparoli (1828-1915), rinomato nell’Ottocento per l’esecuzione di monumenti funerari contrassegnati dalla prevalenza di elementi architettonici e d’ornato, e l’anonima stele in memoria di Fanny Magni (circa 1892) [s. 19] con un superbo tralcio floreale da cui si distacca in volo una farfalla. Tra i più bei medaglioni ottocenteschi quelli del giovane Odoardo Luporini (circa 1883) [s. 3] e della novantanovenne Annunziata Giambastiani (circa 1885) [s. 6] rimangono ancora anonimi. Il medaglione di Francesco Pacini (circa 1878) [s. 1] è invece opera giovanile dello scultore Antonio Bacci (1850-1907), il cui laboratorio, fondato nel 1873, è descritto dalla Guida della Versilia e di  Carrara di Antonio Nino Malagoli (1905) come il più importante della città di Seravezza. Allo stesso Bacci si può ragionevolmente attribuire anche il medaglione della figlia di Francesco, Rosa Pacini coniugata Sciaguato [s. 10], morta di parto nel 1887. Completa l’elenco dei migliori medaglioni del periodo realista quello di Emilia Petrini Pardini (circa 1887) [s. 9] modellato dallo scultore carrarese Alcimedonte Vaccà (1845-1930), insegnante nella locale Accademia di Belle Arti.

     Sempre nella Galleria San Michele, in quel piccolo museo domestico che è costituito dalla cappella della famiglia Franceschi, subito a sinistra dell’entrata principale, è collocato anche il magnifico ritratto a mezza figura dello studente diciassettenne Francesco Tomei (1914) [s. 13], descritto dai periodici dell’epoca come una sorta di enfant prodige, idealista e carismatico; qualità che il ritratto rende alla perfezione. Ne è autore Arturo Tomagnini (1879-1957), uno dei più dotati scultori versiliesi della prima metà del Novecento (aveva lo studio a Querceta in località Madonnina dei Pagliai), tra i migliori allievi di Antonio Bozzano alla scuola d’arte “Stagi” nonché nipote di Giuseppe Tomagnini fondatore col fratello Cesare nel 1842 del primo laboratorio del marmo di Pietrasanta.

     Restando alle maestranze versiliesi attestate nel primo quarto del Novecento, totalmente sconosciuto ad ogni repertorio – e quindi con i crismi della piacevole scoperta – è il notevole scultore Ubaldo Azzerlini (nato a Stazzema nel 1875, morto durante la seconda guerra mondiale, secondo notizie gentilmente fornitemi dagli eredi), che tra il 1919 e il 1921 firmò quattro pregevoli ritratti a figura intera di fanciulli e adolescenti (nel 1919 di Giovanni Ghiselli [s. 105], nel 1920 di Athos Casani [s. 95], nel 1921 di Egiziano Orselli [s. 100] e Fausto Cioni [s. 67]), qualificandosi come un vero specialista del genere. Insieme al monumento per il sepolcro del giovane Mario Puccinelli nel camposanto della Misericordia, sono le uniche opere accertate dell'artista.

     Tra i primi allievi di Antonio Bozzano alla scuola d’arte “Stagi”, Augusto Zucchetti (1876-1945) eseguì nel 1909 il delicato monumento alla fanciulla Lelia Malfatti [s. 30] ideato dal giovane capomastro-progettista e valente disegnatore Francesco Luporini (1884-1953); qualche anno fa è stato possibile decifrare la firma di Zucchetti, ormai consunta dal tempo, anche sul monumento alla giovane Rosina Mallegni [s. 89], della metà degli anni Dieci, raffigurante un angelo custode del sepolcro con ai piedi un ramo di palma, un modello ancora oggi in voga nei laboratori pietrasantini. Nell’estate del 1904 Zucchetti allestì presso il Padiglione Flora in Piazza D’Azeglio una personale galleria artistica di scultura (cfr. “Il Mare” del 10 luglio 1904).

     Il perturbante monumento alla giovane Marianna Cinquini [s. 66] all’interno della cappella di famiglia costituisce il lavoro di maggior pregio fino ad oggi documentato dello scultore Giovanni Benvenuto (1866-1950). Nato a Genova, frequentò il corso di scultura dell’Accademia Ligustica di Belle Arti al pari di Antonio Bozzano e Giacomo Zilocchi, consolidando pertanto una “linea genovese” nella prassi della lavorazione artistica del marmo in Versilia nel primo Novecento. Dopo aver fatto parte del gruppo di scultori del laboratorio Palla inaugurò una propria fiorente bottega attiva fino alla seconda guerra mondiale.

     Di pacata indole canoviana è la dolente che lo scultore pietrasantino Antonio Bibolotti (1878-1930) collocò nel 1916 sul dismesso sepolcro di Corinna Ulivieri [s. 49] (oggi Ferri-Della Santina). Diplomatosi nel 1893 alla scuola d’Arte “Stagi” di Pietrasanta sotto la guida di Antonio Bozzano, Bibolotti completò gli studi a Roma dove nel 1898 vinse un concorso promosso dall’Insigne Congregazione Artistica dei Virtuosi al Pantheon. Tornato a Pietrasanta aprì nei primi anni del Novecento un laboratorio del marmo, operante fino alla sua morte, dove venivano eseguite opere di vario genere per commesse provenienti da tutta Europa. Inventò e commercializzò ingegnose apparecchiature – telai misuratori e pantografi, che egli chiamò “scultografi” – atte, come si legge in una domanda presentata per ottenerne il brevetto, “a riprodurre qualunque modello di rilievo trasportando le misure più grandi o più piccole in un solo tempo, in altezza, larghezza e profondità”.

     I documenti d’archivio del cimitero hanno restituito la paternità delle belle anonime steli per i sepolcri di Annunziata Bartoli Martinelli (1911) [s. 42] e della giovane Rina Matraia (1913) [s. 85] allo scultore Achille Franceschi, meglio conosciuto come proprietario del celebre locale “La Capannina” di Forte dei Marmi, città di cui fu Sindaco dal 1916 al 1920 promuovendo importanti mostre d’arte estive e favorendo la creazione del teatro all’aperto di Enrico Pea nel Bosco Apuano. Anch’egli allievo di Antonio Bozzano alla scuola d’arte “Stagi”, mantenne per diversi anni la titolarità di un laboratorio di scultura, architettura e ornato inaugurato nella sua città nel 1900.

     La scultura carrarese è rappresentata al più alto livello dal grande angelo che sovrasta e protegge l’entrata della cappella monumentale della famiglia di Francesco Garrè (1909) [s. 65], tra i capolavori della scultura funeraria apuo-versiliese del primo Novecento, il cui modello è attribuibile, da una serie di riscontri documentari, a Carlo Nicoli (o in subordine al figlio Gino), anche se la concreta esecuzione fu quasi certamente affidata allo scultore Giovanni Beretta (1867-1931), autore nel nostro cimitero del monumento alla giovane Maria Luisa Serra Carta Mameli (1910) [s. 34]. Il laboratorio di Carlo Nicoli (1843-1915) era rinomato in tutto il mondo per l’alto livello professionale delle sue maestranze; peculiarità che gli è rimasta ancor oggi, pur nel panorama totalmente mutato della scultura contemporanea, grazie alla gestione del pronipote, omonimo del fondatore.

     Si deve ad un oscuro scultore carrarese, Ferdinando Marchetti, l’esecuzione della statua popolarmente denominata "Bimba che aspetta" (1895) [s. 115], straordinario ricettacolo di tradizioni orali e icona dell’immaginario affettivo della comunità, per la quale si rimanda allo studio particolareggiato nella sezione del sito a essa dedicata.

     Episodica risulta nel complesso l’attività di artisti lucchesi come Fazzi, Petroni, Carlesi, Angeloni, Baccelli (quest’ultimo autore nel 1929 dell’apparato scultoreo per la cappella Del Papa) [s. 68], tutti operanti con ben altra frequenza nel cimitero monumentale della propria città. Di Arnaldo Fazzi (1855-1944), insegnante alla Regia scuola lucchese di Belle Arti, è il bronzeo medaglione con l’effigie dell’anziano professore Eugenio Guidotti (1911) [s. 73]. Per il monumento alla marchesa Anna Massoni [s. 46], Francesco Petroni (1877-1960) riprese nel 1907 la tipologia della grande croce greca con profilo di orante proposta per il sepolcro di Girolamo Quilici nel cimitero di Lucca, dove collocò innumerevoli monumenti sepolcrali (celebre quello alla giovane Felicina Di Paolo) ed edificò alcune cappelle gentilizie (famiglia Di Paolo, famiglia Lazzareschi) che lo qualificano come una delle personalità di maggior spicco nel panorama dell’arte funeraria toscana del primo quarto del Novecento. Della generazione immediatamente successiva è Mario Carlesi (1890-1968), allievo di Fazzi, che per la tomba dei coniugi Cesare Pellegrinetti e Marianna Raffaelli (1914) scolpì appena ventiquattrenne una sensuale e insieme altera figura femminile rappresentante la Fede [s. 37]. A Viareggio Carlesi è conosciuto soprattutto come autore della statua della “Piccola bagnante” (per cui posò la figlia Laura) eseguita nel 1938 per adornare la vasca della piazza-giardino ubicata tra la piazza Puccini e il mare, poi intitolata a Maria Luisa di Borbone. Sempre negli anni Trenta fu tra gli organizzatori delle mostre d’arte estive al Kursaal che videro la partecipazione dei migliori artisti toscani. Allievo di Fazzi fu anche Alfredo Angeloni (1883-1953), di cui il Comune di Viareggio ha ricevuto in dono la ricca gipsoteca, autore nel 1938 del monumento allo studente Andrea del Sarto [s. 70], morto durante un’escursione sul Monte Pania della Croce che la stampa dell’epoca, complice il culto per l’ardimento caro all’ideologia fascista, trasformò in epopea eroica.

     Tra gli artisti viareggini, Ubaldo Del Guerra (1885-1961) scolpì nel 1915 per il sepolcro della levatrice Regina Raspini Rocchi l’inquietante ma espressiva stele a bassissimo rilievo [s. 88] popolata di figure evanescenti che si affollano intorno a una metamorfica creatura alata, ispirata ad alcuni versi della poesia Mors  di Giosuè Carducci. Ingiustamente sconosciuto al grande pubblico, Del Guerra è autore dei monumenti ai caduti di Pieve di Camaiore, Borgo a Mozzano, San Cassiano a Contrione e Oneta (quest’ultimo andato perduto). Altre sue sculture funerarie si trovano nei cimiteri di Borgo a Mozzano e Ponte a Moriano. Lo scultore, grafico e incisore Spartaco Di Ciolo (da verificare una possibile parentela con lo scultore e attivista anarchico Giuseppe Di Ciolo, di cui forse è figlio) ha due opere bronzee: il medaglione di Angelo Andreotti (firmato e datato 1927) [s. 64] e la testa del celebre chirurgo Giuseppe Tabarracci [s. 117] scolpita negli anni Trenta e posta dagli eredi sulla sua tomba dopo la morte avvenuta nel 1946. Il periodo di maggiore notorietà dell’artista si colloca tra le due guerre quando come scultore partecipò a importanti esposizioni collettive e come grafico collaborò attivamente a periodici e riviste d’arte. Tra i vari ritratti da lui plasmati c’è il busto in bronzo del poeta Elpidio Jenco. La rassegna si conclude con due opere bronzee che sforano il limite cronologico prefissato ma che ci permettono di rendere omaggio a due popolari artisti viareggini: la bella testa del capopalombaro dell’ “Artiglio” Alberto Gianni [s. 116], realizzata nel 1955 da Alfredo Morescalchi (1900-1987) e il busto di Michele Pardini [s. 118], scomparso nel 1962, di professione “carrista” – vale a dire costruttore di carri allegorici per il  Carnevale di Viareggio – modellato da Inaco Biancalana (1912-1991), di cui è possibile ammirare anche il rilievo ligneo raffigurante Santa Rita, all'interno della cappellina a lei dedicata, nei pressi del presepe meccanico del cimitero.

 

 

 

SCHEDE

 

Le schede contengono le seguenti informazioni: localizzazione dell'opera; titolare del sepolcro per cui la scultura è stata realizzata; anno di esecuzione (in mancanza di un sicuro riscontro cronologico la data di morte del commemorato si assume come datazione di partenza dell'opera); tipologia e materia della scultura; motivo iconografico rappresentato; autore (con indicazione della fonte di attribuzione); epigrafe (quando collegata con l'opera o contenente notizie biografiche significative o avente valore letterario e interesse demologico); eventuali notizie documentarie. Un'attenta ricerca tra le carte dell'archivio del cimitero comunale ha permesso il ritrovamento della maggior parte dei disegni originali – molti firmati dall'autore o recanti il timbro del laboratorio – e delle fotografie dei bozzetti presentati al vaglio della commissione edilizia tra il 1900 e il 1928 (purtroppo non sono stati rinvenuti disegni o progetti di monumenti ottocenteschi). Particolarmente significativo è il nucleo di disegni acquerellati ed elaborati grafici degli scultori Antonio Bozzano, Ferruccio e Lelio De Ranieri e Giacomo Zilocchi. Anche la consultazione dei periodici locali e delle guide della città tra XIX e XX secolo si è rivelata determinante ai fini dell'attribuzione di importanti sculture non firmate, una per tutte la cosiddetta Bimba che aspetta che adorna l'edicola metallica della famiglia di Eugenio Barsanti, senza dubbio l'opera scultorea più famosa dell'intero complesso cimiteriale cittadino – alla quale viene dedicata una sezione a parte – di cui tuttavia si era persa memoria storica dell'autore: il misterioso scultore carrarese Ferdinando Marchetti. Insieme ai giudizi estetici sui monumenti funerari, specchio del gusto e della cultura dell'epoca, giunge fino a noi l'eco di vicende e personaggi del passato, in un viaggio affascinante a ritroso nel tempo, non privo di suggestioni medianiche.